Per Channel 4 (ri)spunta l’ipotesi della privatizzazione, ma è scontro tra canale e governo britannico

Il governo inglese ci riprova. Dopo 4 anni dall’ultimo tentativo andato a vuoto, si torna a parlare di privatizzazione per il canale Channel 4.

La rete, di ispirazione indipendentista e senza scopo di lucro, svolge le proprie attività supportandosi esclusivamente con la pubblicità senza alcun finanziamento governativo, come un comune editore commerciale, ma, facendo parte del “servizio pubblico” britannico ed essendo di proprietà pubblica, è obbligata a reinvestire tutti i suoi utili in nuovi show e programmi.

Sin dalla sua nascita nel 1982, il canale si è distinto all’interno del mercato televisivo d’oltre-manica per la propria programmazione che spazia dal servizio pubblico “nudo e crudo”, fatto di programmi di informazione indipendente e contenuti educativi, agli show “non mainstream” e rivolti ad un pubblico di minoranza. Proprio da Channel 4 sono nati format fortemente criticati come “Naked Attraction” e “Big Brother” (quest’ultimo dal 2000 al 2010 prima del suo trasferimento a, caso vuole, Channel 5).

Il nuovo tentativo di privatizzazione arriva dopo la sospensione di quello avvenuto nel 2017. Tentativo peraltro non facile. L’intenzione dichiarata da parte dell’ormai ex Segretario di Stato per il digitale, la cultura, i media e lo sport Oliver Dowden, sostenitore dell’operazione, sarebbe quella di privatizzare il canale vincolando però il nuovo editore a mantenere una chiara connotazione da servizio pubblico.

“Se sceglieremo di procedere con la vendita, mi assicurerò che Channel 4 rimanga soggetto agli obblighi di servizio pubblico adeguati” affermava Dowden. Anche John Whittingdale, ex Ministro per le Telecomunicazioni, in una conferenza stampa tenutasi pochi giorni fa, ha sostenuto come, in un contesto di globalizzazione delle produzioni, le reti del servizi pubblico abbiano “un ruolo unico” e debbano continuare a produrre contenuti caratterizzati da “Britishness”, che consentano “alle persone in ogni angolo del Regno Unito di vedere la propria vita riflessa sullo schermo”.

Tuttavia, questi vincoli sembrerebbe scoraggiare potenziali investitori in quanto troppo oneroso in termini economici.

Da qui l’idea di alleggerire gli obblighi per eventuali avventori, in modo da rendere l’acquisto più appetibile. Ma questa ipotesi sembrerebbe non mettere d’accordo tutti, soprattutto per via del fatto che esisterebbe il concreto rischio che un editore privato, al fine di perseguire finalità di profitto, possa andare a tagliare drasticamente quelle componenti caratteristiche del canale, quasi un marchio di fabbrica, più costose e meno remunerative che invece lo Stato vorrebbe fossero mantenute.

A parlare anche in questo caso sono i dati. Il canale fino al 2019 ha stanziato per la sua programmazione più di 660 milioni di sterline all’anno (di cui 500 in produzioni originali) ottenendo sempre ottimi riscontri in termini di bilancio. L’anno della pandemia ha costretto l’editore pubblico, così come altre aziende del settore, a ridurre sostanzialmente le nuove produzioni e, conseguentemente, il budget investito, tagliato per circa 150 milioni di sterline. Nonostante ciò, a fine anno l’emittente è riuscita a registrare a bilancio l’utile più alto nei suoi 38 anni di storia: 74 milioni di sterline.

Un dato che fa ragionare. Pubblicato dal giornale inglese The Guardian, uno studio di Ampere Analysis evidenzia come un potenziale editore privato, tagliando del 40/50% il budget editoriale del canale, sarebbe in grado di aumentare il proprio margine di guadagno dall’attuale 8% ad un valore più vicino a quello di altre emittenti dello stesso tipo, ovvero il 15%.

“Se il governo cercherà di allentare gli obblighi di Channel 4 per ricavare più denaro dalla privatizzazione, ciò potrebbe avere un impatto negativo sostanziale sul settore produttivo del Regno Unito” afferma Richard Broughton, analista di Ampere.

Lo stesso studio di Ampere evidenzia infatti come la privatizzazione del canale potrebbe causare ingenti danni al settore della produzione televisiva. L’anima indipendentista di Channel 4 ha portato la rete a lavorare con più di 200 case di produzione di piccole dimensioni nel corso degli anni. Più della metà di queste, vedono il 50% e più del loro fatturato originato da commesse proprio con questo canale. Si stima che un eventuale taglio alle produzioni originali potrebbe portare al fallimento circa 60 società, lasciando a casa 1300 addetti. Un epilogo che si vuole scongiurare a tutti i costi.

“Sotto una gestione privata, lo scopo principale di Channel 4 sarebbe quello di massimizzare i profitti per gli azionisti” ha affermato il broadcaster in una risposta inviata al governo nell’ambito di una consultazione sul tema. “Questa dinamica può essere vista in altri editori […] come ITV” continua l’azienda, sottolineando come “una proprietà privata avrebbe il naturale e legittimo interesse a cercare di diluire i costi derivanti dagli obblighi imposti al canale.” conclude l’editore, apertamente contrario ad una cessione a terzi proprio come il suo amministratore delegato, Alex Mahon, che ha infatti affermato: “Non esistono dati o evidenze che Channel 4 sia in grado sostenere la sua missione di supporto alle case di produzioni indipendenti sotto una gestione privata.”

Che la questione di Channel 4 fosse complicata lo si era appreso da tempo. Si attendono intanto sviluppi perché, così com’é impostata, la vendita del quarto canale non sarebbe conveniente per nessuno, nemmeno per lo stato inglese che potrebbe vedere le potenziali entrate derivanti dalla cessione dimezzate rispetto al passato tentativo (da 1 miliardo di sterline a circa 500 milioni).

Per quanto riguarda i potenziali acquirenti della rete, in cima alla lista ci sarebbero due giganti ben noti al pubblico inglese e non. Si parla infatti del colosso Discovery, già interessato nel 2017, e del broadcaster nazionale ITV.

La privatizzazione di Channel 4 andrà in porto o anche questa volta sarà un buco nell’acqua?

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