Grande Fratello Vip 2021-2022 e il suo modello di successo: il trumpismo applicato alla Tv

Divisivo, scandalistico, protettivo di comportamenti spregevoli, addirittura politico su posizioni come la negazione del diritto all’aborto. Eppure sempre più alto nei consensi del metro divino della televisione, l’Auditel, inscalfibile dalle tempeste mediatiche perfette, raddoppiato d’urgenza per evitare un flop culturale, brodo primordiale di centinaia di fanbase.

È il Grande Fratello Vip, che si trascina per tre stagionalità (manca giusto l’estate) logorando i palinsesti di Canale5 e cannibalizzando le opportunità di altri formati. Quel che stupisce non è tanto la sua onnipresenza (anche in radio), perché di fatto l’unico show da spremere in quanto garanzia di share elevati a costi abbattuti, ma la facilità con cui veicola e promuove messaggi tossici riuscendo a giustificarli, a farli accettare a parte dell’opinione pubblica e a catturare l’attenzione anche di chi non segue il programma.

Non è troppo azzardato dire che il modello di «successo» si rifà al trumpismo. Come l’ex Presidente USA, il GF è polarizzante e gode sia di strenui seguaci pronti a sostenere ciecamente qualsiasi decisione purché non tocchi il proprio beniamino, sia di detrattori che lo ritengono il male assoluto: sono fazioni in netta contrapposizione che a colpi di tastiera se ne danno di santa ragione.

Come il pubblico di Trump, quello del GF trova più avvincente il dramma, lo shock, la volgarità, piuttosto che il rispetto delle regole, in questo caso i meccanismi di un gioco le cui maglie sono state allentate per scoraggiare le espulsioni e tenere in gara i più «salaci scorretti» in funzione di chiacchiericcio e ascolti.

Come Trump il GF ha regalato una piattaforma per liberarsi dai vincoli del petulante perbenismo, promuovere la spavalderia. Come Trump il GF attira l’attenzione per i cattivi esempi di civiltà. Come Trump il GF ha dato vita a un culto, non della personalità ma del format, per cui il rito televisivo del lunedì e del venerdì sera su Canale5 non va disatteso, essendo fonte di nutrimento per le discussioni social.

E allora, lungi dal difendere il modello d’Ursiano di fare televisione, disprezzabile in egual misura, proprio non comprendo cosa ci sia di tanto diverso nella conduzione e nelle scelte autoriali, oggi, di Signorini. Promozione, la sua, che nel 2020 agli occhi degli analisti passò come una lezione di stile per la scelta, da parte dell’editore, di differenziarsi da un certo tipo di televisione.

«L’ho detto dall’inizio: quest’anno non voglio un Grande Fratello bacchettone, lo voglio consapevole, dove nessuno si trovi a dover salire in cattedra a dispensare lezioni, squalifiche e sofferenze», ha recitato ieri in puntata Alfonso Signorini vis-à-vis con i concorrenti della Casa. «La tolleranza richiede intelligenza, giudizio. C’è bisogno di accoglienza, ascolto, rispetto».

Credo che la tolleranza non vada applicata all’insulto. Che l’accoglienza non sia sinonimo di abbracciare l’inciviltà. Che l’ascolto non equivalga al silenzio di fronte alle nefandezze. Che il rispetto non sia gerarchico nonnismo. Se le reprimende devono lasciare il posto alla difesa, a tratti celebrativa, dell’ignoranza, viene a mancare la circostanza che ha determinato la conduzione di Signorini. Quella di un GF Vip più pulito.

Ruben Trasatti
Ruben Trasatti
Giornalista pubblicista. Fondatore di TeleNauta. Specialista in creatività, testardo, idealista. Vado a scovare gli ascolti dei canali europei, format e serie tv, anime giapponesi. Collaboro per il settimanale Telesette.

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