Il cantante mascherato: troppi difetti per l’edizione italiana fuori rotta e a budget ridotto

Il fascino e la cura della maschera, esibizioni pop, il mistero della super identità nascosta, una giuria che fa le indagini. In quattro elementi si può definire cos’è Il cantante mascherato, il format noto all’estero come The Masked Singer, nato in Corea del Sud sotto tutt’altra formula e poi riadattato in America, dunque esportato in Europa.

Prima di far squillare le trombe, avviso che in questo mio opinion piece non parlerò affatto di ascolti, che non sempre riflettono la qualità di un programma, spesso mal posto in sede di collocazione di palinsesto, raramente troppo in anticipo sulle tendenze, a volte dissonante con l’identità di una rete televisiva, altre volte mal fatto o brutto. Ecco, penso che il nostro Cantante Mascherato possa rientrare negli ultimi due punti elencati, in particolare l’ultimo.

Dicevo in apertura delle quattro colonne portanti di questo format. Vedendo com’è nato l’adattamento italiano nel 2020 ed è poi proseguito con ben poche correzioni di rotta (come i duetti), la versione tricolore de Il cantante mascherato fallisce in tre fondamentali su quattro.

Fondamentale 1: La Maschera

Il fascino e la cura della maschera. Semplicemente, per quanto ci si sforzi, le maschere esteticamente belle per singola edizione si riducono a una manciata. Coniglio, Pavone, Mostro per la prima; Pappagallo, Farfalla, Gatto per la seconda; Pesce rosso, Cavalluccio marino, Volpe, Camaleonte per l’edizione in corso.

Non me ne vogliano i costumisti. Giusto come esempio, vedere certe pecionate come un ombrello camuffato per ricostruire il cappello della Medusa, un pupazzo gigante ripescato da qualche magazzino per mascotte in pensione per un Pinguino, o aver acquistato il primo poncho al mercato per pensare di poter completare un costume d’Aquila alla texana dove solo la testa è identificativa, fa sorridere. Le maschere italiane impallidiscono di fronte a quelle di altre edizioni estere. Che il design su carta non renda poi dal vivo potrebbe anche essere sinonimo di una povertà di risorse. Ma se devi fare un programma in cui l’estetica ha il suo peso, non puoi permetterti sbagli in quel reparto.

A sinistra Lumaca in Italia, a destra Lumaca negli Stati Uniti

Fondamentale 2: il Super Vip nascosto

Il mistero della super identità nascosta. Che in Italia di Super ha veramente molto poco. Buona parte dei concorrenti ruota già attorno l’universo del daytime Rai o della padrona di casa Milly Carlucci, già ampiamente visti e rivisti. Le sorprese maggiori: Teo Mammuccari (Coniglio, edizione 1), Red Canzian e Mietta (Pappagallo, Farfalla, edizione 2), Edoardo Vianello e Vladimir Luxuria (Pinguino e Pesce rosso).

Sorprese comunque lontane dal poter essere definite Super. Citofonate quando sotto una maschera troveremo Fedez o Ferragni, Paolo Bonolis, Laura Pausini, Marcell Jacobs, Francesco Totti, Giorgio Panariello, Roberto Benigni, Monica Bellucci, Andrea Bocelli, Vasco Rossi, Tiziano Ferro, Eros Ramazzotti, Carlo Cracco, Carlo Verdone, Raoul Bova, Giovanna Mezzogiorno, Luca Argentero, Ornella Muti, Alessandro Gassmann, Riccardo Scamarcio, Isabella Ferrari, Paola Cortellesi. E potrei continuare per centinaia di caratteri.

Cioè Vip che spiazzano e che costano quattrini. Che senso ha mettere tensione o rimandarla (vizietto inutile) per uno svelamento se già il pubblico sa in partenza che è improbabile trovare una grande star zuppa di sudore sotto una maschera sudicia in cui si soffoca? Il cast medio de Il cantante mascherato appare come di servizio e di riciclo. Ma forse stanno proprio finendo le persone di spettacolo che si mettono a disposizione per uno show come questo.

Paz Vega alla versione spagnola del programma, dov’è risultata vincitrice

Fondamentale 3: La giuria che indaga

È stato fin dalla prima edizione l’anello più debole di tutti. Giurati che sparano nomi a casaccio pescandoli dal taccuino preconfezionato, in una lotteria povera di acume. Giurati disattenti e svogliati che nemmeno sanno quello a cui stanno assistendo (che mitico esempio in questo senso è stata Patty Pravo, addirittura riconfermata per la successiva edizione). Giurati che fanno da semplice megafono del pubblico disorientato alle spalle.

Quella de Il cantante mascherato è una giuria che prende in giro chi guarda. Non indaga, non aiuta a comprendere, si limita al compitino assegnato sbagliandolo pure. Se ci prende, lo fa con sagacia e lo nasconde subito per timore che qualcuno venga poi picchiato dietro le quinte per aver svelato l’altarino. E allora a che serve una giuria del genere, poco preparata? Solo a far saltare i nervi e cambiare canale.

Una giuria veramente coinvolta nella versione tedesca

Le aggravanti

Terminati i fondamentali clamorosamente sbagliati dalla produzione, vanno sottolineate due aggravanti: l’identità di rete e la diretta. Il pubblico di Rai1 non è abituato a uno show come Il cantante mascherato. Tentativo coraggioso di ringiovanire la platea, forse pure parzialmente riuscito nella prima edizione, che però mal si inserisce in un palinsesto tradizionalista, tanto da essere percepito come “la carnevalata”. Per dire, perché Stasera tutto è possibile va in onda su Rai2 e Il cantante mascherato su Rai1?

Credo la risposta sia ovvia: perché conduce Milly Carlucci. Un volto rassicurante non basta a trainare un format che non rispecchia l’identità della rete su cui va in onda. Rai2 potrebbe sperimentare una conduzione diversa e anche la registrata.

Ecco un altro punto fallimentare de Il cantante mascherato italiano: la diretta che smarmella tutto. È un format che va curato con la massima attenzione in post-produzione, per tagliare tempi morti e fregnacce della giuria, per cogliere le reazioni del pubblico e dell’artista nascosto, per rendere più fluide le transizioni tra un’esibizione e l’altra, per eliminare la confusione.

Possibile che dopo tre edizioni nessuno abbia capito che la diretta fa solo danni a Il cantante mascherato? Non credo nemmeno a una ipotetica questione di principio, visto che Carlo Conti con il suo Tali e quali ha registrato con molto anticipo le puntate. Forse è solo la mania di voler coinvolgere a tutti i costi i social con il voto da casa.

Concludo dicendo che la Rai avrebbe dovuto giocare meglio le sue carte, il risultato di queste tre edizioni sull’ammiraglia sanno di raffazzonato e povertà generale di risorse. E penso che nemmeno Mediaset sarebbe stata in grado di fare un lavoro migliore. La conferma è in quel pastrocchio mal copiato di Star in the star. In generale, il panorama è tristissimo. Andiamo avanti con formati decennali con la scusa di non saper creare, poi quando capita di importare delle novità, i team di lavoro non sanno nemmeno adattare. Tempi bui.

Ruben Trasatti
Ruben Trasatti
Giornalista pubblicista. Fondatore di TeleNauta. Specialista in creatività, testardo, idealista. Vado a scovare gli ascolti dei canali europei, format e serie tv, anime giapponesi. Collaboro per il settimanale Telesette.

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