Eurovision 2023: Ucraina fuori dalla corsa per ospitare, in pole c’è il Regno Unito

Non succedeva dal 1980, ci è voluta una guerra per far sì che accadesse di nuovo: l’Eurovision Song Contest non si svolgerà nel Paese che lo ha vinto per ultimo. E dunque dopo l’edizione di Torino 2022 made in Rai, vinta dalla band ucraina Kalush Orchestra con il brano “Stefania”, la prossima tappa della manifestazione salterà l’Ucraina.

Inutili gli sforzi del governo di Kiev nel presentare un piano di sicurezza speciale per far fronte alle avversità e alle minacce derivate dalla guerra per l’invasione della Russia e che venisse incontro alle particolari esigenze dell’EBU, l’European Broadcasting Union, che riunisce le Tv pubbliche d’Europa e ogni anno organizza il concorso in collaborazione con l’emittente ospite.

La promessa infranta

Subito dopo la vittoria dei Kalush Orchestra, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky aveva annunciato via Telegram: “L’anno prossimo l’Ucraina, come da tradizione, ospiterà il contest, per la terza volta nella sua storia. Faremo del nostro meglio per ospitare i cantanti e tutti gli addetti ai lavori nella città di Mariupol”.

Un sogno più che una promessa patriottica, non essendoci strutture adatte a Mariupol, devastata da missili e combattimenti. Le uniche città in corsa erano la capitale Kiev e la più vicina ai confini occidentali Leopoli. Nell’incertezza della durata della guerra e di possibili escalation militari, una manifestazione che deve dar conto a degli investitori oltre che agli stessi artisti partecipanti, non avrebbe mai accettato di correre il rischio.

La promessa di Zelensky certamente non si realizzerà più nel 2023, dovrà attendere tempi di pace e di rinascita. Un giorno l’Ucraina tutta tornerà alla normalità, alla vita di prima, e di conseguenza ad ospitare i grandi eventi che accolgono migliaia di turisti oltre che addetti ai lavori.

La rapida evoluzione

Nelle ultime settimane si erano intensificate le riunioni tra membri del governo ucraino ed EBU, con annunci politici dei primi preparativi, ma contemporaneamente dalla Spagna erano uscite indiscrezioni, direttamente rilanciate dal presidente della Tv pubblica iberica RTVE: “se l’Ucraina non riuscirà ad organizzare l’Eurovision 2023, allora lo farà la BBC” (per il Regno Unito), aveva detto José Manuel Pérez Tornero. E quasi certamente così sarà.

In molti si aspettavano un’estate all’asciutto di annunci ufficiali, con il mese di settembre che avrebbe di fatto rappresentato la deadline per una decisione da prendere sull’organizzazione in Ucraina. E invece negli ultimi giorni l’EBU ha premuto sull’acceleratore, avvertendo forse una certa pressione.

Dunque proprio oggi, dall’EBU, è arrivato un comunicato ufficiale, che in sintesi dice: “l’Ucraina non ospiterà l’Eurovision Song Contest 2023 e abbiamo avviato trattative con la BBC sulla possibilità di organizzarlo nel Regno Unito in quanto seconda classificata a Torino (con Sam Ryder e la sua “Space Man”)”. Il comunicato, in inglese, si può leggere nella sua interezza qui in basso tramite Twitter o sul sito dell’EBU.

Le sfide di un contest “misto”

Nel comunicato, viene precisato che è intenzione dell’EBU dare importanza alla vittoria dell’Ucraina e che ciò si rifletterà nei contenuti degli show del prossimo anno. A prescindere che sia la BBC, nel caso in cui le trattative andassero a buon fine, o che sia un’altra emittente ad ospitare l’Eurovision 2023.

Prima delle decisione, alcuni fan fantasticavano su un’edizione dall’identità mista, con una forte presenza ucraina sia nel team produttivo ma soprattutto nel team creativo, conduzione inclusa. Persino dell’ipotesi di una organizzazione a due con il Paese più vicino, la Polonia (che con l’Ucraina, ad esempio, aveva già messo in piedi unitamente gli Europei di calcio 2012).

Alla fine, il desiderio dei fan ha coinciso parzialmente con quelli dell’EBU, anche se ad oggi come ovvio che sia non è dato sapere in che percentuale lo show rifletterà l’identità nazionale del Paese ospitante (nel caso, il Regno Unito) e quanto quella dell’Ucraina. Di certo, UA:PBC, l’emittente pubblica ucraina, non si accontenterà di far esibire solamente i Kalush Orchestra. Potrebbero esserci altri loro artisti sul palco, cartoline dal territorio ucraino e conduttori di origini ucraine. E qualcuno sui social si è già divertito a giocare con le doppie bandiere e i doppi loghi.

La reazione della BBC

A rilasciare una dichiarazione ufficiale, a seguito della comunicazione dell’EBU, è stata anche la stessa BBC con un testo che all’apparenza può dare l’impressione che l’emittente sia stata colta di sorpresa.

In realtà, con un linguaggio studiato, quasi diplomatico, la BBC, ben consapevole che sarebbe risultata “la seconda in comando”, non nasconde il disappunto che l’onere di ospitare l’Eurovision Song Contest 2023 sia coinciso non con una vera e propria vittoria britannica, ma come un ripiego in circostanze straordinarie e certamente tristi.

Nel testo, stringato, si legge: “Abbiamo visto l’annuncio dell’EBU. Chiaramente (quelle esposte) sono una serie di circostanze che nessuno desidererebbe. A seguito della loro decisione (dell’EBU), ovviamente discuteremo dell’organizzazione BBC dell’Eurovision Song Contest”.

I precedenti su chi ospita senza vincere

Non c’è una regola scritta per cui, in caso di rifiuto o impossibilità di ospitare l’ESC nel Paese vincitore, l’onere di organizzarlo vada automaticamente di diritto ai secondi classificati. Posizione che il Regno Unito ha raggiunto, tra l’altro, nel pieno del caos delle giurie fraudolente: 6 Paesi il cui voto dei giurati professionisti è stato annullato per anomalie.

Il ricalcolo automatico di queste giurie, fatto a tavolino secondo precisi criteri già stabiliti in precedenza, hanno permesso al Regno Unito di ottenere molti punti da quei Paesi il cui voto originale è stato annullato (12 da Georgia e Azerbaijan, 8 da San Marino e Polonia, 5 da Montenegro, 3 dalla Romania, per un bottino totale di 48 punti).

Dando uno sguardo alla classifica totale, tra la seconda e la terza classificata (la Spagna) c’è un divario di soli 7 punti (466 a 459): cosa sarebbe successo se il voto di quelle 6 giurie fosse stato ammesso? Il Regno Unito avrebbe ancora concluso la gara al secondo posto o, in caso contrario, l’organizzazione dell’Eurovision 2023 sarebbe andata alla Spagna? Fantasie che faranno scervellare gli Eurofan spagnoli più incalliti e i complottisti e che alimentano i contrasti su chi preferisce il ritorno al televoto puro (Regno Unito, prima per le giurie, è arrivata solo quinta nel voto popolare).

In ogni caso, l’offerta fatta al legittimo secondo arrivato, è una scelta di sensibilità dell’EBU, che avrebbe anche potuto scegliere un altro Paese a cui offrire l’evento, compresa l’Italia che lo ha appena ospitato a Torino. Subito dopo la vittoria dell’Ucraina, si erano infatti candidati: Svezia, Paesi Bassi, Polonia, Italia e lo stesso Regno Unito, anche se non attraverso un portavoce della BBC.

Ricapitoliamo i precedenti in cui l’Eurovision Song Contest non è stato ospitato dal Paese vincitore. È accaduto nel 1957, dopo la primissima edizione ospitata e vinta l’anno prima dalla Svizzera, per poi andare alla Germania. Nel 1960, quando i Paesi Bassi cedettero l’evento al Regno Unito. Nel 1963, quando la BBC di nuovo subentrò, stavolta al posto della televisione francese che aveva problemi economici.

Nel 1972, ancora il Regno Unito fece da supplente per il Principato di Monaco, che non aveva luoghi adatti ad ospitarlo. Nel 1974, per la quarta volta la BBC si fece carico dell’organizzazione dopo la doppietta del Lussemburgo.

Nel 1980, quando i Paesi Bassi decisero di organizzarlo dopo il rifiuto di Israele di produrre l’Eurovision per due anni consecutivi (vinti). Ed è proprio quella del 1980 l’ultima occasione in cui l’Eurovision Song Contest si è tenuto in un Paese diverso da quello vincitore. Da questa lista, è da notare come nel tempo la BBC sia già intervenuta per ben quattro volte in soccorso della manifestazione. Se accettasse di ospitare l’edizione 2023, sarebbe la quinta volta.

Ricordiamo i posizionamenti del Regno Unito in quegli anni: nel 1959 ottenne il 2° posto, nel 1962 fu al 4° posto (secondo classificato Principato di Monaco, terzo Lussemburgo), nel 1971 arrivò ancora al 4° posto (seconda Spagna, terza Germania Ovest), nel 1973 concluse al 3° posto (in seconda posizione, la Spagna).

Ed è dunque evidente quanto accennato all’inizio di questa sezione: per l’organizzazione dell’Eurovision Song Contest non c’è regola scritta sulla scelta del Paese che subentra a quello vincitore.

Altre curiose statistiche

Coincidenza o no, bisogna tornare indietro di 40 anni esatti per risalire all’ultima volta in cui, per l’organizzazione dell’Eurovision Song Contest, si sono avvicendati due Paesi appartenenti ai Big Five.

I Big Five sono le cinque Nazioni finaliste di diritto, perché maggiori contribuenti alla realizzazione del concorso. Ovvero Francia, Germania, Italia, Regno Unito e Spagna. 40 anni fa, però, l’usanza e la regola dei Big Five non era ancora entrata in uso.

Nel 1982 il contest si teneva nel Regno Unito, ad Harrogate, e l’anno successivo, nel 1983, si trasferì in Germania, a Monaco di Baviera. 40 anni più tardi, dopo l’edizione italiana di Torino 2022, la prossima destinazione, se la BBC accetterà, sarà dunque il Regno Unito.

Il Regno Unito ha ospitato l’Eurovision Song Contest in ben 8 occasioni: nel 1960, 1963 e 1968 a Londra, nel 1972 a Edimburgo, capitale della Scozia, nel 1974 a Brighton, nel 1977 di nuovo a Londra, nel 1982 ad Harrogate, nel 1998 a Birmingham. Questo nonostante abbia vinto davvero solo 5 volte: 1967, 1969 (anno infausto in cui vinsero a pari merito 4 nazioni), 1976, 1981, 1997.

Se la BBC dovesse accettare di organizzare l’Eurovision Song Contest 2023, sarebbe la sua nona volta da emittente ospite, un vero e proprio record.

La corsa alla città ospitante

Come accaduto in Italia, anche nel Regno Unito è iniziata la corsa alle candidature per ospitare l’Eurovision 2023. Si sono fatti avanti gli alti rappresentanti delle città di: Glasgow, Manchester, Londra, Belfast, Aberdeen, Leeds, Liverpool, Sheffield. E ne seguiranno tante altre nel corso delle prossime ore.

Liverpool, ad esempio, punta allo status di città Unesco della musica tra gli altri punti di forza.

La parte del leone, in questa grande corsa, però la farà Glasgow, già al centro di una forte indiscrezione rilanciata dal blog specializzato Wiwibloggs alcuni giorni dopo la vittoria ucraina. La grande arena (14.300 spettatori) dell’OVO Hydro ha già messo in programma gli eventi della primavera e dell’estate 2023 che si terranno all’interno, ma stranamente il mese di maggio, in cui di norma prende forma l’Eurovision, risulta privo di eventi.

Il fatto è stato interpretato come un segno di trattative già in corso in via preliminare tra la BBC e i gestori dell’arena. Va inoltre ricordato che l’OVO Hydro è l’arena in cui si è svolta la manifestazione nel film Eurovision Song Contest: The Story of Fire Saga uscito su Netflix. Il passo dalla finzione alla realtà sarebbe breve.

E c’è addirittura chi azzarda un’associazione di idee, non troppo peregrina, che mette di nuovo insieme politica ed Eurovision. La Scozia punta all’indipendenza, ancor di più dopo la Brexit, e il primo ministro Nicola Sturgeon potrebbe prendere due piccioni con una fava: ospitare l’Eurovision a Glasgow, accendere ancora di più i riflettori sul sentimento europeo, e organizzare in concomitanza il referendum sull’indipendenza scozzese dal Regno Unito. Un quadretto che forse non piacerà troppo a Downing Street e alla BBC.

Ruben Trasatti
Ruben Trasatti
Giornalista pubblicista. Fondatore di TeleNauta. Specialista in creatività, testardo, idealista. Vado a scovare gli ascolti dei canali europei, format e serie tv, anime giapponesi. Collaboro per il settimanale Telesette.

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